Sono passati molti anni, ma la scomparsa di John Lennon resta ancora una ferita aperta.
L’8 dicembre 1980, John Lennon viene assassinato a New York, vicino al portone dello stabile del Dakota Building, dove abitava già da tempo con la sua amatissima consorte Yoko Ono e con il loro bambino Sean di appena cinque anni.
L’uomo che gli ha inferto quattro colpi di pistola è Mark David Chapman, un suo fan accanito al punto tale da odiarlo.
L’8 dicembre, una data particolare, non soltanto perché ci si prepara al Natale e perché per molti è l’inizio delle festività.
Nella storia del rock, la morte di John Lennon si intreccia con il destino di altri famosissimi e sfortunati artisti, quelli nati nella stessa data come Jim Morrison (1943) e Sinéad O’Connor (1966), o quelli morti in circostanze tragiche come Dimebag Darrell, il chitarrista della band metal dei Pantera, anch’esso assassinato durante un concerto da un emulatore di Chapman, l’8 dicembre 2004.
L’8 dicembre 1980 rimane un giorno triste ed indimenticabile per tutti noi fan dei Beatles (e non solo). E la cosa più strana è che molti di noi ancora ricordano dove si trovassero e cosa stessero facendo quel giorno, quasi come se il tempo si fosse fermato.
Ma veniamo appunto a cosa John Lennon ha fatto quel suo ultimo giorno di vita, basandoci sulle testimonianze, raccolte negli anni, di varie persone vicine a lui e non.
Dopo cinque anni di silenzio, il 17 novembre John Lennon e Yoko Ono avevano pubblicato un album insieme dal titolo “Double Fantasy”.
Un esperimento mai fatto prima dalla coppia: i brani erano quasi come una botta e risposta tra i due, uno di John, uno di Yoko e così via, in un totale di 14 tracce. La cosa aveva funzionato molto bene e l’album stava raggiungendo già un ottimo numero di vendite in tutto il mondo.
Il grande ritorno aveva incoraggiato i due artisti a produrre altra musica. Proprio in quei giorni di dicembre John e Yoko si recavano infatti ai Record Plant Studios e si vociferava che stessero già lavorando ad un nuovo album.
Nella loro quotidianità, i due amavano passeggiare al Central Park, prendersi un caffè seduti in un bar: sembravano tranquilli e felici. Erano appagati in tutto anche nel aver coronato il sogno di un figlio, il tanto atteso Sean, la copia spuntata del padre e di suo fratello Julian, nato dal precedente matrimonio di John con Cynthia Powell.
La mattina dell’8 dicembre, John e Yoko avevano un appuntamento per un servizio fotografico per la copertina di Rolling Stone a cura di Annie Leibovitz: saranno gli ultimi scatti iconici insieme, realizzati nel loro appartamento, e che rimarranno nella storia.
Nel pomeriggio sarebbero tornati allo studio di registrazione. Stavano lavorando ad un nuovo brano dal titolo “Walking on thin ice” e, una volta terminato, si accordarono con il produttore Jack Douglas per incontrarsi il giorno successivo.
Riprendendo la loro limousine con autista, Yoko propose di fermarsi al ristorante prima di tornare a casa, ma John rifiutò dicendo di voler vedere Sean prima che si addormentasse.
“Non sarebbe cambiato nulla” rifletté anni dopo Yoko in una intervista, “Chapman era lì ad aspettarlo e lo avrebbe ucciso comunque”.
Già, Mark David Chapman stava già aspettando il ritorno a casa di John da almeno quattro ore.
Chapman possedeva una lista di altre star tra le sue possibili vittime, tra gli altri bersagli c’erano infatti Keith Richards e David Bowie, ma probabilmente John risultò il più facilmente avvicinabile.
Senza volerlo il cine/foto amatore Paul Goresh (fan ed amico di John) era anche questi quel giorno davanti all’ingresso del Dakota in attesa di incontrare il cantante, scattò la ormai famosissima foto dove si vede Chapman che si sta facendo autografare un vinile da John poche ore prima del suo folle gesto.
Da un’intervista allo stesso Goresh emerge che lui aveva notato l’atteggiamento anomalo e schizofrenico di Chapman, ma mai avrebbe immaginato che, da lì a poco, quel giovane uomo si sarebbe trasformato in un omicida.
Yoko uscì dall’ auto seguita dal marito incurante di Chapman. Chapman chiamò per nome John e gli sparò tre colpi alla schiena, uno alla spalla ed il quinto andò a vuoto. Prima di cadere a terra John disse solo “I got shot… (Mi hanno sparato…)”.
La corsa al Roosevelt Hospital fu inutile per il povero John, dove vi giunse praticamente già morto, tuttavia i medici fecero l’ impossibile per tentare di salvarlo.
All’arrivo dell’esamine John all’ospedale, come da prassi, il dottor Stephan Lynn dovette comunque accertare la sua identità. La carta d’identità lo riconosceva come Mr Lennon, ma le infermiere presenti giuravano che non poteva essere lui, perché non gli assomigliava.
“Strinsi letteralmente il cuore di John Lennon e lo massaggiai per farlo ripartire. Gli facemmo una trasfusione ma era ormai chiaro che l’aorta e tutti i vasi sanguigni collegati erano già fuori uso. Non c’era più nulla che potessimo fare. Molte persone nella stanza cominciarono a piangere…” disse il medico, che dovette dichiarare John deceduto per dissanguamento. In quell’ospedale si conservano ancora oggi, come una reliquia, le lenzuola insanguinate e la barella dove John fu trasportato.
Penso che non dimenticheremo mai quegli scatti del New York Daily News, dove vediamo Yoko che sta lasciando il Roosevelt, reggendosi appena in piedi, sorretta dall’amico e produttore discografico David Geffen. Personalmente credo che rappresentino in assoluto il dolore di una perdita, soprattutto una così improvvisa e assurda.
Yoko non fece organizzare alcun funerale pubblico ma una veglia di preghiera dove parteciparono centinaia di fan da tutto il mondo.
La salma fu esposta in una camera ardente privata. Ringo Starr si recò a New York con sua moglie Barbara Bach per salutare il suo amico e dare un po’ di conforto a Yoko. Altre celebrità si recarono alla camera ardente tra le quali David Bowie, che era molto legato a John, anche lui a New York in quei giorni.
Paul McCartney seppe della morte di John, a suo dire, dalla telefonata di un amico: visibilmente sotto shock, non riusciva neppure a parlare con i giornalisti e per almeno due anni avrebbe vissuto da recluso temendo che lui sarebbe stato il prossimo ad essere assassinato.
George Harrison, a seguito della terribile notizia, passò interni giorni ad ascoltare dischi dei Beatles ed altri dischi di John. Non si dava pace, sentiva il rimborso di non aver mai capito John abbastanza soprattutto negli ultimi anni dei Beatles e durante la tempesta del loro scioglimento. Nel maggio del 1981, pubblicherà una canzone in onore di John, “All those years ago”, uno dei singoli estratti dal suo album “Somewhere in England”, con Ringo alla batteria e Paul, Linda McCartney e Denny Laine doppiando la parte dei cori.
John Lennon forse non sarà stato un modello di virtù e forse non avrebbe mai voluto esserlo, ma era un uomo che parlava di pace, di fratellanza e si batteva per i diritti umani, soprattutto quelli delle donne.
Le sue parole, i suoi testi sono ormai universali e sempre di grande attualità.
La sua musica, le sue canzoni ci renderanno più felici nei momenti migliori quanto ci consoleranno nei momenti difficili, perché se gli artisti passano, il potere della musica non morirà mai.