I-Days Milano: Queens of the Stone Age e System Of A Down in un trionfo di alternative rock
Una vera e propria festa all’insegna dell’alternative rock si è svolta lo scorso lunedì 6 luglio agli I-Days Festival, all’Ippodromo La Maura di Milano. Un cartellone ricco, aperto dal gruppo metal degli Acid Bath e poi dominato dai Queens of the Stone Age e dai System Of A Down, due tra le band più storiche e influenti del panorama rock internazionale.
Oltre 80.000 presenze provenienti da tutta Europa hanno riempito l’area del festival, dando vita a un pubblico eterogeneo: dagli affezionati fan di lunga data ai più giovani, molti dei quali non erano neppure nati ai tempi degli esordi delle band.
Queens of the Stone Age: un set breve ma potentissimo
Alle 19 i Queens of the Stone Age hanno inaugurato la serata con un set di poco meno di un’ora, attraversando diverse epoche della loro produzione. La band ha proposto brani come “Regular John”, “The Lost Art of Keeping a Secret”, “Feel Good Hit of the Summer”, “Sick, Sick, Sick”, “The Fun Machine Took a Shit and Died”, “Paper Machete” e “My God Is the Sun”, per poi chiudere con tre classici amatissimi dal pubblico: “Little Sister”, “No One Knows” e “A Song for the Dead”.
Josh Homme, Troy Van Leeuwen, Michael Shuman, Dean Fertita e Jon Theodore hanno offerto uno spettacolo più rock e diretto, caratterizzato da riff secchi, groove serrati e atmosfere sporche, lontano dalle sonorità più morbide dell’esperimento semi-acustico Alive at the Catacombs.
System Of A Down: energia intatta e pubblico in delirio
Dopo le 21 è stata la volta dei System Of A Down. È sorprendente come, a oltre vent’anni dalla pubblicazione dell’ultimo album, nove anni dall’ultimo concerto in Italia e cinque anni di assenza dalle scene, Serj Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan sembrino non aver perso un briciolo della loro energia. Dal vivo, questa sembra addirittura amplificarsi.
Il pubblico esplode già all’introduzione di “B.Y.O.B.”, e la tensione cresce con “Suite-Pee”, “Chic ’N’ Stu”, “Prison Song”, “Violent Pornography”, “Aerials”, “Needles”, “Deer Dance”, “Radio/Video” e “Dreaming”. Gli spettatori, trascinati dalla musica, si lanciano in devastanti circle pit e cori sgolati, mentre il ritmo serrato del concerto viene intervallato dagli interventi ironici di Daron Malakian. Serj Tankian, al contrario, mantiene una compostezza che non ti aspetteresti da un cantante rock, pur lasciandosi andare ogni tanto a qualche spontanea leggerezza.
Ma gli interventi sul palco, e in generale l’esibizione della band, non sono solo puro divertimento. Quello che i System Of A Down rappresentano è anche e soprattutto una critica sociale forte, la denuncia esplicita del potere violento, una voce lucida su temi urgenti che ci riguardano tutti. È sempre Malakian a chiamare la folla a correre in cerchio sulle note di “Toxicity”, intonando uno spassosissimo: «I wanna see you spinning around, everybody spinning around. Round, round, round and round.» Il pubblico risponde compatto, trasformando quel richiamo in una liberazione dei corpi e delle menti, un gesto collettivo che sembra scardinare, anche solo per un attimo, il controllo “tossico” della società.
Un finale che rimane addosso
Lo show si chiude con “Sugar”, e un’orda di persone si riversa a malincuore nelle strade milanesi: una dispersione lenta e quasi dolorosa, tra polveroni di sabbia e sudore, un ritorno alla normalità che dopo un concerto del genere è difficile da digerire.
Pur essendo stati lontani dalle scene per anni, i System non sono mai stati dimenticati. Anzi, il concerto di Milano ha dimostrato ancora una volta il loro potere più raro: riunire persone di ogni sorta, creando una comunità temporanea che si riconosce nella stessa energia e nella stessa voglia di libertà.